Il Cantico delle creature nelle parole di Davide RONDONI

Il Cantico delle creature nelle parole di Davide RONDONI

Immagine: San Francesco d’Assisi di Luca Giordano (1634-1705), olio su tela cm 94,5 x 123,5 (Museo Nazionale delle Belle Arti di Cuba all’Avana)

 

Il Cantico delle creature nelle parole di Davide RONDONI

(7 ottobre 2025 – ore 19.30)

Evento presieduto da Fr. Donato GRILLI, Rettore della Basilica “San Francesco” – Santuario “San Francesco Antonio Fasani” dei Frati Minori Conventuali in Lucera.

Organizzato dall’Ordine Francescano Secolare “San Francesco Antonio Fasani” di Lucera, nella persona di Lucia D’APOLLONIO, Ministra della Fraternità e del suo Consiglio.

Esecuzione del Cantico delle creature musicato da p. Domenico Stella OFMConv, a cura della Corale Santa Cecilia “Don Edoardo di Giovine” di Lucera – Direttore: Pasquale IELUZZI – Solisti: Massimiliano GUERRIERI, Michele IELUZZI, Lucia D’APOLLONIO.

Riprese e registrazione di Luigi SALOME per il canale MòTV live web tv su You Tube.

Davide RONDONI (Forlì, 1964), presidente del Comitato Nazionale per la Celebrazione dell’Ottavo Centenario della morte di San Francesco d’Assisi (2026), poeta, scrittore e drammaturgo. Laureato in Lettere all’Università di Bologna, cofondatore del Centro di poesia contemporanea e autore di traduzioni di Baudelaire, Rimbaud, Péguy, Jiménez e Shakespeare. Collabora con radio e tv (RAI, TV2000, San Marino RTV) ed è opinionista per Avvenire e critico per Il Sole 24 Ore. Per gli 800 anni dalla composizione del Cantico delle creature, ha pubblicato Vivere il Cantico delle Creature (Edizioni Messaggero Padova 2024) e La ferita, la letizia. Faccia a faccia con San Francesco, poeta di Dio e del mondo (Fazi Editore 2025).

 

1. Il Cantico delle creature: dono della poesia di Francesco

Per un poeta, per chi prova a scrivere poesie come me, il Cantico delle creature — riconosciuto dalla storia della letteratura e dalla critica come il primo testo importante in volgare italiano — significa confrontarsi con una grande opera, una voce immensa da cui dipendono molte voci successive. Dante e Petrarca erano terziari francescani: la voce di Francesco ha ispirato i poeti fino a oggi. Gregory Corso, tra i più importanti della Beat Generation, dedica a Francesco e al Cantico una poesia bellissima. Anche Gabriele D’Annunzio era affascinato dalla figura di Francesco e dal suo Cantico.

Non vorrei limitarmi alla letteratura, pur essendo il mio campo: vorrei riascoltare il Cantico con l’attenzione di chi legge poesia. Ogni volta che lo si legge, emerge qualcosa di inatteso. Vorrei partire da questo: Francesco ci ha lasciato una poesia da cantare — anche musicata — composta alla fine della sua vita, conclusa proprio mentre stava morendo. Non voglio entrare in questioni filologiche: quest’uomo ci ha donato una poesia.

Se qualcuno ti regala una poesia, significa che ti stima e ritiene che la tua umanità meriti parole profonde, non slogan o chiacchiere. Noi, invece, riceviamo spesso solo slogan e chiacchiere. Francesco ci regala invece una poesia ricca, bella e profonda. Come tutte le poesie e le opere d’arte, interpretabili all’infinito, non si finisce mai di leggerla o interpretarla.

Quando si legge o si scrive una poesia, non si sa mai completamente cosa contenga: si continua a scoprire. Le poesie custodiscono il mistero della vita, un po’ come le persone. La poesia e l’arte mettono in crisi l’idea semplicistica che bastino quattro definizioni o slogan per “capire la vita”. Non a caso l’uomo ha sempre elaborato il proprio linguaggio in forme ricche e profonde, come l’arte o la liturgia. La liturgia, ad esempio, è piena di parole, segni e simboli, perché la vita è un mistero che merita profondità. Colpisce che Francesco ci abbia lasciato un testo di questo genere: segno della sua grande stima nei nostri confronti.

 

2. Francesco: tra l’Altissimo e l’umiltà

Il Cantico delle creature inizia con «Altissimu, onnipotente» e si conclude con «humilitate». In questo incontro tra ciò che è più alto e più basso si riassume la personalità di Francesco. Per conoscerlo non basta leggere i suoi testi: occorre seguirne gli amici, come egli volle fin dall’inizio. Francesco comprese che la fede non è un fatto individuale e fondò una fraternità. Sapeva bene, come spesso dimentichiamo, che nel Vangelo non è scritto «dove sarai perfetto, lì sarò io», ma «dove due o tre si riuniranno nel mio nome, lì ci sarò io».

Non si riteneva perfetto: si chiamava “piccolino”, convinto di non valere nulla davanti a Dio. Il Tau con cui si firmava, ultima lettera dell’alfabeto ebraico, è il segno dei salvati, non dei giusti. Perfino chiese all’amico Bernardo di calpestargli la bocca per umiliarsi.

Nel Cantico, tutto è posto tra l’«Altissimu» e l’«humiltate». La vita stessa è abitata da una potenza che non dipende da noi: non scegliamo dove nascere, né l’aria che respiriamo o i figli che abbiamo. Questa onnipotenza, che le civiltà hanno chiamato con molti nomi, ci ricorda che noi non siamo padroni di nulla.

Francesco la riconosce come «Altissimu», «Onnipotente» e soprattutto «Buon». È questo il segreto del suo cristianesimo: chiamare “buono” ciò che potrebbe essere solo terribile. Lo può fare perché ha incontrato il Crocifisso, non perché ha amato la natura. Si è convertito in prigione, poi nel contatto con il lebbroso e infine davanti al Crocifisso: lì ha scoperto che il Mistero ha un volto buono, quello di Gesù.

La sua vita è segnata dal confronto tra l’“Altissimo” e il “piccolino”. Di carattere, però, non era mite: aveva un temperamento impetuoso. Ma la vera umiltà non è “volare basso”, bensì sentirsi nulla davanti a Dio. Quando l’amico Masseo gli chiese perché la gente lo seguisse, rispose: «Perché Dio ha visto che non c’era uno peggiore, e così confonde la gente».

Francesco ebbe anche un forte senso della missione. All’inizio pensò di dover restaurare una piccola chiesa; poi capì di dover rinnovare la Chiesa intera. E poté farlo grazie a Innocenzo III, il primo papa che riconobbe il suo Propositum o Prima Regola.

 

3. La vera nobiltà secondo Francesco: amare senza possedere

Francesco si chiamava Giovanni, ma fu detto Francesco perché figlio di Francesca, la donna venuta dalla Francia, figura misteriosa. Della madre non sappiamo quasi nulla; del padre sappiamo che era un mercante, probabilmente tornato dalla Francia con la moglie dopo avervi commerciato.

Le testimonianze raccontano che Francesco canticchiasse in francese. Dalle sue poesie si comprende che conosceva il linguaggio poetico: forse la madre gli trasmise i canti dei trovatori francesi, poeti che celebravano l’amore per donne già sposate, lontane o mai viste.

Quella scuola poetica — diffusa poi in Sicilia, Toscana e Bologna fino allo stilnovo di Guinizzelli e a Dante — segnava un passaggio d’epoca: la vera nobiltà non nasce dal sangue, dalla spada o dal denaro, ma dalla capacità di amare ciò che non ti appartiene. La gentilezza consiste nel distinguere tra amore e possesso, tema attualissimo.

I poeti, vicini ai teologi del tempo, esprimevano l’idea che l’amore non nasce dal possesso. Così il Cantico delle creature è un canto d’amore non perché le creature siano “mie”, ma perché sono segno di un Altro, amabili perché appartengono a Lui. Da questa tradizione d’amore disinteressato nasce la povertà francescana: la vera gentilezza sta qui.

Nella Divina Commedia, Dante descrive Francesco nel Paradiso con un’immagine potente: la Povertà, sposa di Cristo, rimasta vedova dopo la Crocifissione, trova in Francesco un nuovo amante. Nel dolore della Povertà, Dante mostra una scena mistica ed erotica insieme: mentre la Madonna resta ai piedi della Croce, “Madonna Povertà” si arrampica per abbracciare Cristo. La Povertà è l’amante di Cristo, non la miseria.

Francesco non amava la miseria, la combatteva: il francescanesimo è un’esplosione di vita, non una mortificazione. Non invitava ad abbandonare tutto per vivere tra i poveri, ma scelse la povertà estrema per indicare che non è miseria, bensì libertà: il brivido che provi quando guardi la tua donna e sai che non è tua, i tuoi figli e capisci che non sono tuoi, te stesso e scopri che non ti appartieni. Per questo dice “sorella povertà” e “sorella morte”: non puoi chiamare “sorella” la morte se pensi di possederti. Nel Cantico, Francesco loda le creature perché segni dell’Altissimo, non per bontà intrinseca.

Nel Medioevo il rapporto con la natura era più duro. Noi la pensiamo in chiave green, come qualcosa da proteggere, ma Francesco, come Lucrezio e Leopardi, sapeva che la natura non è “madre” nel senso benevolo: offre la luna piena ma anche il tumore, il vulcano, l’alluvione. Il fuoco brucia, il sole arde i campi, l’acqua devasta, ma tutto è amabile perché appartiene a un Altro. È Lui, non le cose, a rendere tutto amabile.

Oggi si fatica ad amare: chi non ama la fonte della vita, fatica ad amare la vita stessa, spesso aspra e brutale. Per Francesco era evidente: non era un ecologista moderno, ma è, come ricordano Papa Ratzinger e Papa Francesco, un “ecologista integrale”, aggettivo da non dimenticare.

 

4. Francesco e il mondo: povertà come sguardo e non come miseria

Francesco, in questo Cantico, esprime l’amore per ciò che non è suo: le creature. È un gesto straordinario, perché in quegli anni era molto diffusa l’eresia dei Catari o degli Albigesi. Essi predicavano con grande forza e seguito che il mondo, dominato dal male, conteneva cose belle, brutte, mediocri e orrende, e che non era il paradiso. Per avvicinarsi a Dio, sostenevano, bisognava allontanarsi dal mondo e non amare nulla della realtà: tanto più ti allontani dal mondo, tanto più ami Dio.

Francesco invece comprende che la povertà non significa disprezzare il mondo, ma uscire dalle regole basate sul possesso. Uscire dal mondo non vuol dire disprezzarlo, ma viverlo secondo un’altra dinamica: quella della povertà. I frati, anche quando li si vede solo semplicemente in città, testimoniano che il mondo appartiene a Dio: Lui è il padrone, non noi.

Nel Cantico, Francesco loda l’Altissimo «cum tutte le tue creature», «per tutte le tue creature». Non dice “Laudato si mi Signore” nonostante o contro le creature, né che per amare Dio bisogna disprezzarle. Oggi, per esempio, alcuni adorano il dio della tecnologia, perché la vita reale appare insoddisfacente: è una nuova forma di catarismo, il dio della tecnologia o della filosofia. Francesco insegna invece a vivere poveramente, senza disprezzare il mondo.

La povertà non è miseria. La miseria va combattuta. La povertà può essere vissuta anche da chi possiede molti beni, se li restituisce o li considera non propri, come insegna Francesco e l’economia francescana. Spesso si fraintende questo concetto, anche per l’influenza di ideologie marxiste che hanno interpretato i poveri in senso sociologico. I poveri di cui parla il Vangelo e Francesco non sono i miseri senza beni, ma coloro che guardano il mondo con spirito povero, riconoscendo che il Signore è un Altro.

La povertà di Francesco si radica nello sguardo dei poeti trovatori: amare ciò che non possiedi; nulla è tuo. Chi lavora accanto ai più miseri sa che spesso c’è un forte attaccamento ai beni materiali: la povertà di per sé non garantisce uno sguardo povero sul mondo. Francesco ammoniva anche i ricchi: chi si carica di troppe cose o preoccupazioni non cammina leggero e non passa più per la cruna dell’ago, perché si porta addosso un peso eccessivo. Non è detto che chi è povero sia salvo, né che chi è ricco sia perduto.

Questa visione lega umiltà e povertà in termini esistenziali, non sociologici. Francesco non era un sociologo. Nella Lettera ai reggitori dei popoli, va dritto al punto: Cari governanti «considerate e vedete che il giorno della morte si avvicina» (Lrp 2). Il tribunale della tua azione non è solo il regno, il parlamento o il popolo, ma anche Dio: occhio a non pensare solo ai calcoli di potere.

Allora il Cantico è un canto all’Altissimo perché, essendo il mondo suo, diventa amabile: non in sé, ma in quanto segno di Dio. Il segno non è un semplice simbolo funzionale, ma ciò che rende visibile l’invisibile. Le realtà più grandi della vita — l’amore, il dolore, l’amicizia — non si misurano, si colgono solo attraverso segni concreti.

Così Francesco, poeta dello spirito, compone un grande Cantico dei segni: l’acqua, il fuoco, il vento, il sole, tutto parla del Creatore. «De Te, Altissimo, porta significatione», dice del sole, come uno scudo che reca l’emblema del suo Signore. Il dramma di oggi è che non sappiamo più guardare il mondo come segno: ed è proprio questo sguardo che il Cantico ci invita a ritrovare.

 

5. «Per quelli ke perdonano». Francesco e la libertà della misericordia

Nel Cantico delle creature c’è il sole, la luna, le stelle… un testo meraviglioso: le stelle sono «clarite e pretiose e belle», l’acqua «humile e pretiosa e casta», il fuoco «iocundo e robustoso». Aggettivi nati da una profonda consapevolezza. Ma c’è anche l’uomo. Dopo gli elementi del creato, Francesco dice: «Laudato si’, mi’ Signore, per quelli». «Quelli» siamo noi, gli uomini, e la nostra caratteristica è «per quelli ke perdonano». Non elogia i bravi, i perfetti o i molto credenti: elogia chi perdona. Francesco è pura misericordia, e commuove leggere le parole con cui invita i suoi amici a essere sempre misericordiosi.

Nella Lettera al ministro scrive: se da te viene il frate più peccatore di tutti, non lasciarlo andar via senza aver trovato nei tuoi occhi la misericordia. Questa è la sua essenza: non un atteggiamento verso gli altri, ma la coscienza di essere lui stesso oggetto di misericordia. Perciò dice ai suoi frati: non pretendete che gli altri siano cristiani meglio di voi. È sempre pronto a perdonare, a fare compagnia, a creare fraternità, qualunque cosa tu abbia fatto. A frate Leone, pieno di dubbi, risponde: vivi come puoi e, se hai bisogno, vieni da me. È questa disponibilità il cuore del cristianesimo: quando vuoi, vieni da me. Nessun giudizio definitivo, perché il giudizio appartiene solo a Dio. Anche chi sembra il peggiore: vieni da me. È la fraternità, il segreto del cristianesimo che Francesco incarna.

«Quelli ke perdonano» compiono l’atto più libero. In natura il perdono non esiste: i lupi e i cinghiali non perdonano. Solo l’uomo può perdonare — e creare arte. Perdono e arte sono i due segni della libertà, atti senza motivo apparente, compiuti senza obbligo. Nessuno può imporre il perdono: è un gesto libero, come l’acqua che è «humile e pretiosa e casta».

La nostra natura è diversa dal resto della creazione: possediamo la libertà di agire e di creare linguaggi nuovi. La natura comunica con codici biologici, l’uomo inventa linguaggi artistici. Noi creiamo, noi perdoniamo: è la nostra dote, la libertà. Siamo «a immagine e somiglianza di Dio», perché anche Dio crea liberamente: dice «la notte» e la notte fu. Allo stesso modo, il perdono è un atto creativo.

Nel Cantico, per Francesco il perdono è anche civile. Con la sua predicazione aveva riconciliato il Vescovo e il Podestà. Non si tratta solo di perdono privato, ma sociale. Senza perdono non resistono un amore, una famiglia, una nazione: dove manca, regna la guerra. Francesco lo dice con forza: «Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo Tuo amore». È un’aggiunta essenziale: spesso non abbiamo in noi la forza di perdonare, perché la ferita è troppo grande. Serve un amore più grande del nostro — l’amore di Dio, che solo rende possibile il perdono.

 

6. Incoronare chi soffre: Francesco, il dolore e la dignità dell’uomo

Poco dopo Francesco dice una cosa che colpisce: «Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo Tuo amore, e sostengo infirmitate e tribulatione». La parola tribolazione deriva dalla trebbiatrice, dalla radice latina della vita come trebbia: chi più chi meno, chi prima chi dopo, la vita è un po’ la trebbiatrice. Francesco dice: «per quelli ke … sostengo infirmitate e tribulatione … ka da Te, Altissimo, sirano incoronati».

Quando ho compreso appieno il significato di questa parola «incoronati», ho chiesto a un’artista contemporanea di realizzare una grande corona, che sarà collocata nel Santuario di Collevalenza, uno dei luoghi più emblematici dedicati al dolore. Ho pensato che la parola incoronati sembrava fatta apposta.

Il dolore e la sofferenza meritano riconoscimento, rispetto e celebrazione. “Incoronare” chi soffre significa attribuire dignità e valore a chi ha attraversato grandi prove, sia nella vita terrena sia nella prospettiva spirituale. Questo gesto non è solo poetico: è un atto concreto. Occorre valorizzare, sostenere e onorare chi soffre qui e ora, nella vita quotidiana. Non si tratta di un’idea astratta o di una mera delicatezza poetica: è una vera e propria visione, che ci invita a cominciare subito a “incoronare” chi soffre.

«Incoronati» è una parola non necessaria, è una citazione dall’Apocalisse. Questo testo, straordinariamente intriso di Sacre Scritture, non è ingenuo. Francesco non gira per i campi ascoltando le allodole: è un uomo straordinario, talmente libero e forte da andare dal Sultano, che probabilmente convertì. Dalle fonti egiziane, a un certo punti, il Sultano non compare più, sparisce, probabilmente perché si convertì davvero.

La cosa interessante è perché Francesco viene ospitato dal Sultano. Francesco va a convertirlo, non a fare un dialogo interreligioso o un dibattito. Il Sultano lo accoglie perché, nella sua tradizione islamica, esiste l’uomo di Dio; riconosce in Francesco l’uomo di Dio dei cristiani, di cui può fidarsi e far parlare con i suoi uomini di Dio.

Questo ha due conseguenze attuali. Primo, noi non siamo solo Occidente: siamo terra d’incontro tra Oriente e Occidente, spesso mediato dagli uomini di Dio. Il monachesimo è arrivato dall’Oriente fino a San Benedetto e a Francesco. Siamo una terra ponte, che cerca di mediare in momenti di scontro, dimostrando che l’incontro è possibile.

Secondo, nel mondo protestante il monachesimo è assente. Una delle grandi differenze tra il mondo cattolico, l’Europa del sud, e l’Europa del nord con gli Stati Uniti, è che il monaco in certe esperienze non c’è, non c’è qualcuno che ti richiama che il mondo non è tuo e spesso in certi ambienti si confonde il fatto che Dio ti vuole bene perché te l’ha dimostrato dandoti in possesso il mondo. È una differenza sostanziale.

 

7. La via di Francesco: nell’umiltà… la letizia

Il Cantico delle creature finisce con la parola «humilitate», che viene dalla terra: umiltà. Anche la parola letizia, promessa da Francesco a chi vuole vivere come lui, non dice “sarai felice”, perché la felicità ci sarà in paradiso, ma “puoi sperimentare la letizia”. Anche letizia viene dalla terra, come umiltà, perché lieta era la terra che riceveva il letame e veniva concimata.

La letizia non è un sorrisetto babbeo o un ottimismo superficiale; non è una “felicità un po’ meno”. È un atteggiamento verso la vita, per cui la tua terra resta fertile anche quando le cose non vanno. Francesco spiega così la letizia: vuoi sapere come essere lieti? Esci di casa e piove, esci dal monastero e piove, bussi al monastero dei tuoi amici e non ti aprono. In quel momento puoi sperimentare la vera letizia: la tua terra è concimata da qualcosa che non dipende dalle circostanze.

Per Francesco, questo concime è Cristo, che ci invita a rispondere a una domanda: vuoi una vita lieta? Dipende dal concime che scegli.

 

Cantico delle creature (o Cantico di frate sole)

Altissimu, onnipotente, bon Signore,
tue so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione.
Ad Te solo, Altissimu, se konfane
e nullu homo ène dignu Te mentovare.

Laudato sie, mi’ Signore, cum tutte le Tue creature,
spetialmente messor lo frate sole,
lo qual è iorno, et allumini noi per lui.
Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:
de Te, Altissimo, porta significatione.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora luna e le stelle:
in celu l’ài formate clarite e pretiose e belle.

Laudato si’, mi’ Signore, per frate vento
e per aere e nubilo e sereno et onne tempo,
per lo quale a le Tue creature dài sustentamento.

Laudato si’, mi’ Signore, per sor’aqua,
la quale è multo utile et humile e pretiosa e casta.

Laudato si’, mi’ Signore, per frate focu,
per lo quale ennallumini la notte:
et ello è bello e iocundo e robustoso e forte.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra,
la quale ne sustenta e governa,
e produce diversi fructi con coloriti flori et herba.

Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo Tuo amore,
e sostengo infirmitate e tribulatione.
Beati quelli ke ‘l sosterrano in pace,
ka da Te, Altissimo, sirano incoronati.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale,
da la quale nullu homo vivente pò skappare:
guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali;
beati quelli ke trovarà ne le tue santissime voluntati,
ka la morte secunda no ‘l farrà male.

Laudate e benedicete mi’ Signore e ringratiate
e serviateli cum grande humilitate.

 

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